Ricordi d'Africa
di Martina Ballerio

Mi ritengo una persona molto fortunata per aver avuto l’opportunità di fare questo viaggio in Zambia, che penso abbia influito parecchio sulla mia coscienza personale, sul mio modo di vedere il mondo, le persone, la mia stessa vita, il giusto peso da attribuire alle sue priorità e difficoltà. Riguardo a queste ultime ho guadagnato un importante punto di vista; mi sono infatti resa conto che gli ostacoli che si pongono inevitabilmente lungo il mio cammino possono essere, con un po’ di buona volontà, trasformate in niente di meno che opportunità. Opportunità per mettermi alla prova, imparare ad affrontare con grinta le varie situazioni, e, soprattutto, prendere coscienza ed essere felice di trovarmi in una posizione entro la quale ho la libertà di scegliere chi voglio essere, a cosa mi voglio dedicare e con chi desidero trascorrere la mia esistenza. E rendermi conto del valore di tutto questo non è stato per me molto significativo e per niente scontato.
Ma ora voglio raccontare, o almeno provarci, quelli che sono stati gli aspetti che reputo più importanti della mia esperienza.

Confesso che, durante i primi giorni, l’insidiosa minaccia delle zanzare portatrici di malaria mi spaventava un po’, ma con tutta probabilità fu il fascino dell’Africa a farmene, se non dimenticare, almeno affievolire la memoria. La prima impressione che ne ebbi, non appena lasciato l’aeroporto, fu un forte ricordo del Messico, dove sono stata circa 6 anni fa. Analizzando il paesaggio un po’ più attentamente, mi resi conto che le forti analogie con questo lontano paese stavano nel modo in cui i caratteri della civiltà occidentale più immediati da importare si erano insediati in un paesaggio precedentemente spoglio ed arido: le auto, polverose e raramente in buone condizioni, ne costituivano, insieme agli svariati fastfood, l’elemento più evidente, nonché diffuso.

La capitale dello Zambia è Lusaka, che ne costituisce anche l’unica, vera e propria città. A Lusaka si incontrano le due strade asfaltate presenti nel Paese: una che lo percorre da nord a sud ed una seconda, che lo attraversa invece da est a ovest. Vi è un numero impossibile da definire di famiglie che, organizzando mercatini al margine della strada, basano la propria sopravvivenza su questa via di comunicazione. Pomodori, patate americane, angurie, ma anche parrucche, seggiole, taniche di benzina, vasi, carcasse di animali già accuratamente svuotate, tuniche di ogni colore, animali vivi sono alcune delle merci che il passante si vede offrire con un tentativo di entusiasta persuasione. Presso questi mercatini dislocati sul ciglio della strada stanno le donne, parecchie delle quali hanno un bambino legato dietro alla schiena, nella maniera tradizionale africana. Solitamente, ad una distanza di una ventina di metri si può trovare il villaggio, dove gli uomini, il più delle volte seduti a quello che assomiglia ad un bar primitivo, passano buona parte delle loro giornate. Non appena abbastanza grandi da riuscire a correre, i bambini si staccano dalla madre e si uniscono al gruppo di ragazzini, che, giocando a piedi nudi sul ciglio della strada, spesso riescono anch’essi a procurarsi qualche animaletto da offrire fieramente come merce alle automobili e ai camion che sfrecciano pericolosamente a qualche metro di distanza.

Se è, per noi gente occidentale, inconcepibile vivere alla mercé delle mutevoli condizioni ambientali, in capanne senza elettricità, né acqua corrente, in balìa della speranza di riuscire a sopravvivere, ogni giorno che passa, penso sia da reputarsi una non-vita quella portata avanti dalle persone all’interno delle bidonville attorno alla capitale, della cui formazione la stessa Lusaka è stata la causa, alimentando la speranza di poter in qualche modo uscire dalla miseria, grazie alle molteplici attività che si svolgono, di tutta la nazione, solo in quest’area. Probabilmente, non ho alcuna speranza di riuscire a trasmettere a parole tutto quello che ha sommerso il mio cuore quella sera, mentre attraversavamo uno di questi quartieri. Il suolo, polveroso e sconnesso, era ricoperto da spazzatura, che in alcuni punti formava cumuli, ai quali, forse in un tentativo di smaltimento, era stato dato fuoco. L’aria era pertanto inquinata dal fumo proveniente dalla combustione di queste piccole discariche a cielo aperto; tuttavia, imperterrite, le capanne, non più costruite con fango, rami e materiale reperito nelle desolate praterie, ma con qualsiasi tipo di materiale di scarto, come giornali, cassette, pali d’acciaio, parti di automobili smantellate, vi giacevano comunque accanto. Ho visto alcune persone che erano riuscite a raggiungere un’età piuttosto alta, se confrontata con la media, sdraiate per terra in sacchi dell’immondizia. La speranza di fare fortuna e potersi, magari, costruire una casa non era poi una così vaga illusione, ma la volontà di vivere in quel modo, per essere più vicini alla unica grande fonte di guadagno, doveva provenire da una disperazione profonda… però… potrebbe esistere un’altra spiegazione: questa gente è profondamente diversa da noi, e non considerare quelle condizioni di vita poi così orribili. Tuttavia, quei bambini, che mi osservavano curiosi, riunitesi a decine attirati dall’arrivo di una jeep dai fari luminosi nell’oscurità …in cosa erano diversi dai nostri bambini? Certo, nel colore della pelle, e nel tipo e nella prospettiva di vita… nelle possibilità, sconfinate, che il mondo offre ai bambini della nostra società, in conflitto con la crudeltà con cui esso le nasconde ai bambini africani…che forse non riusciranno nemmeno a scorgerle, seppure in alto, irraggiungibili, come gli astri del cielo… ciò nonostante, ho scorto negli occhi di questi bimbi una dolcezza difficile da immaginare in qualcuno cresciuto a quel modo, che impone, senza dubbio, di essere forti e imparare a cavarsela da soli fin da piccoli, e questo mi ha reso impossibile considerare quella gente tanto diversa. Nessuno di questi bambini si immaginava lontanamente la quantità di cose assolutamente non indispensabili che un suo coetaneo, in Italia, ha la possibilità di possedere. Le sensazioni che avevano assaloto il mio cuore, non più padrone di se stesso, non lasciavano alcuna possibilità di scampo: mi sentivo un mostro… quegli scriccioli, con degli occhioni enormi e luccicanti, i piedi scalzi e nessun vestito degno di questo nome, avrebbero dovuto odiarmi, e forse mi avrebbero odiato, se avessero avuto la possibilità di scorgere la realtà, quella che è la mia vita, al confronto con la loro. Per dare un’idea delle sensazioni che ho vissuto quella sera, si pensi che il mio cuore, sopraffatto da quelle emozioni così forti, mi imponeva, se fossi voluta emergere dalla montagna di sensi di colpa che mi aveva sommerso, di giurare a me stessa che avrei fatto ogni cosa in mio potere per salvare queste persone da tale umiliante esistenza. La mente faticò, quella sera, a tenere a freno l’impulso di giurare a tutti, in quello stesso istante, che avrei dedicato ogni minuto della mia vita ad aiutare quei bambini, quella gente…

Se, da una parte, reputo sbagliato considerare, a priori, il nostro modo di vivere il migliore e, anzi, credo vi siano alcuni aspetti estremamente negativi, come ad esempio il circolo vizioso del consumismo, sono, dall’altra, fermamente convinta del nostro dovere di permettere a questa gente di conoscere una vita dignitosa e consapevole. Pertanto, sono assolutamente d’accordo con coloro che sostengono che la scuola sia quasi tanto indispensabile quanto l’aiuto prettamente alimentare.

Per lungo tempo ho riflettuto sulle contraddizioni di quello che si potrebbe chiamare fatalismo, ossia la rassegnazione di queste persone, che sembrano non avere la forza di trovare un modo per affrontare le difficoltà (seppure non indifferenti) che la vita riserva loro, ma che, una volta superate, permetterebbero loro di avere un’esistenza dignitosa, o comunque preferiscono faticare il necessario per procurarsi l’indispensabile a breve termine, vivendo alla giornata, considerando, si potrebbe ipotizzare, eccessiva ed inutile fatica cominciare a coltivare un campo, ad esempio, che potrebbe fornire loro una minima sicurezza economica. Certo, è, con ogni probabilità, molto più difficile di quanto potremmo immaginare, in particolare perché sarebbe necessario scavare un pozzo per ricavare l’acqua necessaria. Ciononostante, nel corso della storia, l’uomo si è dimostrato capace, nel bisogno, di ingegnarsi in maniera sorprendente, ed è pertanto, a mio parere, innaturale che questa gente non si sforzi per ottenere una vita migliore. Questo non toglie, tuttavia, che, con un clima così mite, il minimo indispensabile per sopravvivere, seppure in condizioni estremamente negative, è fornito dalla natura, e la ragione di questa rassegnazione potrebbe essere questa. Va inoltre considerato che il valore attribuito da questa gente alla vita è profondamente diverso dal nostro. Tuttavia, la conclusione a cui sono giunta è che sia doveroso, da parte nostra, dare una consistente ‘spinta’ a questo processo, che poi dovrebbe diventare autonomo, di ricerca verso un miglioramento di vita; ciò è possibile mediante l’istituzione di scuole, che devono avere l’obiettivo di evitare una sensazione di presentazione del nostro modo di vivere come il migliore, da imitare, ma di mostrare invece le possibilità che una collaborazione e un impegno collettivo a ricercare metodi per l’innalzamento della dignità di vita. Tutto questo MANTENENDO I PROPRI COSTUMI, ed EVITANDO NEL MODO Più ASSOLUTO DI CERCARE DI IMITARE LA SOCIETà OCCIDENTALE, CHE NON DEVE ESSERE PROPOSTA COME UN MODELLO.